Liste d’attesa più lunghe per obesi e fumatori in UK. Post di Gaetano Lanza.

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E’ notizia di questi giorni che ha già fatto il giro del mondo. Nel Regno Unito nell’azienda sanitaria locale di Vale of York, regione nel nord Inghilterra, da poco più di due mesi si lavora seriamente su un progetto che è anche direttiva sperimentale destinata a fare scalpore. In poche parole chi è obeso e ha un indice di massa corporea (BMI) di almeno 30 sarà invitato a dimagrire del 10% oppure verrà penalizzato, dal gennaio prossimo venturo, con un ritardo di dodici mesi nella lista d’attesa per intervento chirurgico. Analoga misura sarà presa per i fumatori accaniti, che dovranno smettere di fumare per due mesi per aver accesso ai reparti di chirurgia e, se non saranno in grado di farlo, vedranno il loro nome messo in fondo alla lista, con sei mesi minimo di ritardo rispetto ai tempi usuali.  Quindi mettersi in regola e dimagrire e smettere di fumare diventerà indispensabile in UK per potersi sottoporre in un ospedale pubblico a intervento chirurgico che non sia ovviamente da ritenersi urgente o comunque non differibile.

C’è già chi avverte che la direttiva potrà essere poi estesa facilmente all’intero Regno.  Per ora comunque è limitata a quel solo distretto britannico e coinvolgerà una popolazione stimata di 350mila pazienti che saranno pesati e annusati, dopo di che chi è giudicato obeso o fumatore passa inevitabilmente in fondo alla lista. Immaginiamo i sudditi di Sua Maestà che sono già in fila magari da tempo e da gennaio, in quel distretto, se sono obesi o fumatori si spostano senza fiatare e vanno dietro in fondo alla fila per dare precedenza a chi è magro e senza  nicotina nei capelli. Nel nostro Paese pensate che ciò sarebbe mai possibile? In UK sembra di sì.

L’intento sembra essere nobile e l’iniziativa cost-effective , per usare un loro termine, come prodotto della Medicina e Pratica Basata sulle Prove, perché non c’è dubbio che obesità e fumo sono principali nemici, dimostrati in letteratura e con forte evidenza scientifica, del paziente e anche del chirurgo vascolare, oltre che del cardiochirurgo, ortopedico, e così via. Quindi promuovere nei pazienti  il corretto stile di vita prima ancora di portalo in sala operatoria è una legittima presa di posizione da parte di amministrativi e colleghi che sanno bene, dai trials e dai registri di patologia e procedura, che l’outcome del paziente dopo l’intervento chirurgico è legato strettamente a questi due fattori tremendi di rischio oltre che ad altri. Questo vuol dire mettere in pratica sul serio le misure derivanti da inconfutabili prove scientifiche. L’obesità e il fumo sono concause importanti di malattia e di scarso risultato dopo intervento chirurgico. Quindi se vuoi essere operato devi metterti in regola, anche perché già costa l’intervento alla società che deve poi spendere di più per reinterventi quasi certi o per maggiore assistenza post operatoria se fumi o sei grasso.

Ma c’è chi, nonostante condivida queste evidenze scientifiche, non è d’accordo con la suddetta direttiva per ora sperimentale, ritenendola fortemente discriminatoria nei confronti dei pazienti che dovrebbero essere tutti uguali di fronte all’assistenza sanitaria come lo sono di fronte alla legge e alle tasse. Quando la proposta fu annunciata, all’inizio di settembre, tante furono le critiche sulla stampa. Anche Clare Marx, Presidente del Royal College of Surgeons, affermò che i pazienti «devono essere trattati in base ai sintomi» e non secondo forme di discriminazione.

Per altri ancora il progetto e la direttiva sembra essere invece uno stratagemma per risparmiare sulle spese del Servizio Sanitario Nazionale britannico che non gode proprio di tanta salute.

I coordinatori dei medici di famiglia del distretto interessato dalla direttiva hanno protestato a gran voce pronti a valutare invece caso per caso. Ma tutti sanno che nel Regno di Sua Maestà le direttive e i progetti pubblici in sanità vanno rispettati alla lettera specie se i numeri parlano chiaro.

Indipendentemente da tutte le chiacchiere e i commenti, che in UK sono comunque sempre pochi rispetto a tanti altri paesi, il nostro compreso, da gennaio la direttiva sarà operativa. Lì con i numeri, ma sopratutto con le direttive del Governo, non si gioca e non si scherza.

AAA. Abbassare la soglia di riparazione riduce la mortalità. Post di Gaetano Lanza.

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E’ quello che si desume da una recentissima (23 novembre) pubblicazione sul prestigioso NEJM intitolata  Thresholds for Abdominal Aortic Aneurysm Repair in England and the United States, in cui gli Autori hanno comparato i data base di UK con 29.300 paz e USA con 278.921 paz. sottoposti a AAA repair tra il 2005 e il 2012. La conclusione sommaria è la seguente: in USA il tasso di interventi nella popolazione con AAA è stato il doppio di quello in UK e il diametro medio degli AAA operati è risultato significativamente inferiore in USA; il tasso di rottura e di mortalità aneurisma-correlata sono stati significativamente più alti in UK. Come dire, in USA si opera di più e più facilmente, a diametri più bassi, e la mortalità per questa patologia è più bassa. Attenzione, perché il diametro medio è comunque superiore a 5.5 cm in entrambi i paesi: 6.37 in UK e 58.3 in USA, differenza statisticamente significativa, p<0.001. Insomma in UK i nostri colleghi opererebbero di meno che in USA e la gente morirebbe di più che in USA per questa patologia.

Occhio e croce e a sensazione (perché di più non possiamo dire, se non in casi limitati di esperienze monocentriche di tutto rispetto e prestigio, non facciamo qui nomi ma ne abbiamo eccome) nella nostra penisola il trend a nostro avviso va oltre e supera gli USA nel senso che noi operiamo ancora di più in percentuale e quindi vogliamo credere che facciamo bene stando ai risultati di questo studio.

Vien subito da chiedersi e gli Autori se lo chiedono. E’ ancora valida la soglia dei 5.5 cm delle linee guida internazionali, che in UK e USA sembra essere ampiamente rispettata? Le nostre (di SICVE) linee guida pubblicate di recente già prevedono indicazioni più larghe, sostenute da evidenze in letteratura e anche da altri esempi come le linee guida europee, come ad esempio indicazione se il diametro é tra 5.0 e 5.4 cm e se il sesso è femminile, se non ci sono comorbidità importanti, in assenza di alto rischio procedurale e se l’aspettativa di vita del paz è di almeno 3 anni oppure se il diametro è tra 4.0 e 4.9 cm se c’è stato un incremento rapido progressivo oppure ancora se la tipologia è sacciforme e quindi da valutare caso per caso. Concordiamo comunque con gli Autori, i trials che hanno indicato la soglia di 5.5 cm sono ormai abbastanza datati e questa soglia andrebbe senz’altro rivisitata.

Intanto ci sentiamo di fare i complimenti agli Autori per aver dimostrato dati significativi che incoraggiano ad operare gli AAA in elezione, meglio se di diametri non alti. Questo non vuol dire che bisogna operare gli aneurismi piccoli. Ma come al solito piccolo o grande è una valutazione soggettiva e crediamo che ogni caso è un caso a parte. Evviva anche qui la Medicina Personalizzata che tiene sì conto delle linee guida, ma tiene conto anche di tutta una serie di fattori e circostanze legate all’universo del singolo paziente.

Altra considerazione d’obbligo. Viene invidia per questi data base cui possono accedere in USA e in UK che noi in Italia ci sogniamo. Abbiamo anche i nomi che ci fanno sognare. Si chiamano UK  National Vascular Registry e US National Surgical Quality Improvement Program.

Chissà che i nostri sogni non diventino prima o poi realtà !

Pochi posti letto in Italia. Post di Gaetano Lanza.

Sono stati appena pubblicati i dati Eurostat sul numero dei posti letto ospedalieri. Li alleghiamo per chi ha voglia di leggerli.

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La tendenza è generale in tutta la zona euro. Dal 2004 al 2014 il taglio è stato netto. Il numero di posti letto negli ospedali è sceso da 2.81 a 2.65 milioni, una diminuzione significativa del 5,9%.

L’Italia figura tra i paesi sotto la media (che è di 521 posti letto ospedalieri per 100.000 abitanti) a quota 331 per 100 mila abitanti. La Germania è il paese con più posti letto, a quota 823 per 100 mila abitanti, un po’ meno che il triplo che da noi. Il Regno Unito, che come sappiamo non sarà da considerare più zona euro, è all’ultimo posto con 273 per 100 mila abitanti. Come si sa i sudditi di Sua Maestà contano molto sull’assistenza domiciliare integrata. La Francia ne ha più di noi per abitanti, un po’ meno del doppio. La Spagna ne ha ancora meno di noi.  Numeri alti anche per Austria, Lituania e Bulgaria che hanno registrato più di 700 posti letto per 100.000 abitanti.

Insomma una realtà a macchia di leopardo in Europa, ma con l’Italia a numeri piuttosto bassi per abitanti.

Nel 2014, più di tre quarti (76,0%) di tutti i posti letto in Europa sono stati per acuti, il 14.0% per l’assistenza riabilitativa e il restante 10,0% per l’assistenza ospedaliera ma a lungo termine o per altri scopi.

In ogni caso dappertutto si evidenzia il trend di aumento dei letti non per acuti ma per le cronicità. In incremento infatti sono i posti letto per le cure a lungo termine, o per le cosiddette RSA. Nel 2014 sono stati registrati 3.1 milioni di posti letto in tutta Europa. Il maggior numero di questi è stato registrato in Svezia e in Belgio. Anche per questa tipologia di posti letto l’Italia è comunque sotto la media europea.

Insomma il nostro Bel Paese non spende poi così tanto, almeno rispetto alla zona euro, in proporzione in posti letto sia per acuti che residenziali. E se a qualcuno da qualche parte dovesse venire in mente di attivarne qualcuno in più, perché necessita, perché parliamo di letti per acuti o anche per assistere anziani, non dovrebbe poi risultare proprio uno scandalo. La Germania così virtuosa come fa a permettersene quasi il triplo di noi. Perché è più ricca e può spendere di più? O perché in fondo i tagli da un po’ di anni a questa parte li stiamo facendo e li abbiamo fatti soprattutto noi italiani grazie all’austerity? O perché in fondo le vere spese che contano e incidono non sono poi i famigerati posti letto?

Se le statistiche vanno lette e interpretate e portate a Bruxelles, queste nostre domande potrebbero essere legittime. E potremmo forse (bestemmia) attivare qualche posto letto. O no?

Rimborsi agli ex specializzandi. Altro rompicapo targato CE. Post di Gaetano Lanza.

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Un altro rompicapo si sta profilando all’orizzonte, anche questa volta giunge dalla Comunità Europea, come quello degli orari di servizio. Gli europeisti convinti sosterranno le tesi del diritto internazionale per cui l’Europa è bene che ci sia. Gli antieuropeisti convinti sosterranno le tesi del diritto nazionale per cui questa Europa invade troppo il campo e rompe le parti nobili che non sono gli emisferi cerebrali.

Si tratta questa volta del diritto, riconosciuto dalla CE e che quindi deve, non “può” ma “deve”, riconoscere lo Stato Italiano al rimborso per gli ex specializzandi che non percepirono le borse di studio tra il 1983 e il 1991. Diciamo subito che, se arriverà una legge per cui questi ex specializzandi devono essere retribuiti, è possibile che non serva aver fatto alcun ricorso al giudice da parte di chi ne potrebbe godere. Questa legge potrebbe servire inoltre anche per il gruppo 1994-2006 e per gli ante -1983, ammesso da una sentenza di Cassazione a beneficiare delle borse non corrisposte.

Ma il Ministero della Salute non pare orientato a retribuire diritti che non siano stati resi tassativi dalle regole della CE e cioè diritti per gli ’83-’91. Quindi i consigli degli avvocati di aderire a richieste di rimborso sarebbero anche giusti per gli ex specializzandi 1978-82 e per i post-93, mentre per gli specializzandi già aventi diritto rimane il dilemma se “tagliare la testa al toro” e ricorrere oppure attendere e basta.

Scendiamo un po’ più nei particolari.

La proposta del Ddl 2400 “Disposizioni relative alla corresponsione di borse di studio ai medici specializzandi ammessi alle scuole di specializzazione dal 1978, specializzati negli anni dal 1982 al 1992, e all’estensione dei benefici normativi ai medici specializzandi ammessi alle scuole di specializzazione universitarie negli anni dal 1993 al 2006”  interessa tutti gli ex specializzandi 1983-1991 che non hanno goduto della borsa di studio prevista dalle norme europee e che in molte aule giudiziarie  continuano a vincere. Qualcuno, a quanto pare, ha già avuto il rimborso (450 milioni di euro restituiti dai giudici finora ad ex specializzandi, e si potrebbe arrivare a rimborsare in futuro sino a cinque miliardi di euro). Con loro ci sarebbero gli ex specializzandi immatricolati prima del 1983, a ritroso fino al 1978, che secondo la sentenza 17434 di Cassazione del 2 settembre 2015 devono godere dello stesso diritto al godimento dei colleghi entrati nel 1983. E ci sono gli ex specializzandi 1994-2006 cui lo stato pagò sì la borsa ma non i contributi e l’assicurazione. Per la prima categoria (78-91) si prevederebbe un rimborso di 11 mila euro per anno di specialità.

Con il testo attuale, avrebbe diritto pure chi non ha fatto ricorso, a patto solo che abbia conseguito il diploma. Per gli ex specializzandi 1994-2006 si prevede un rimborso da 10 mila euro annui ma solo se hanno fatto ricorso al giudice. Se all’entrata in vigore della legge sentenze passate in giudicato hanno attribuito rimborsi più alti, quelli saranno da riconoscere.

Ma a complicare le cose (se non bastasse) c’è anche il problema della prescrizione. A molti ex specializzandi, infatti, giungono pressioni da parte di avvocati intraprendenti (a dir  poco) per ricorrere subito e comunque. Il ricorso costa non meno di 1000-1500 euro. Anche se, come abbiamo detto, da una parte per il gruppo 78-91 attualmente il Ddl non prevede il ricorso al giudice per godere del rimborso, dall’altra c’è il timore che il dibattito vada per le lunghe e che la legge entri in vigore dopo i termini di prescrizione che sono di 10 anni.

Aggiungiamo altri fili al gomitolo.

In Commissione Sanità, la senatrice Granaiola del Pd ha fatto presente che l’Italia, se riconosce il diritto anche agli specializzandi dal ’78 all’82, va al di là delle normative europee, e rischia di pagare più di quanto non le spetti; spesso poi, nelle sentenze i giudici danno meno degli 11 mila euro che lo Stato prevede di pagare ai borsisti e dei 10 mila annui ai contrattualizzati 94-06; infine, i ricorrenti che avevano altri “lavoretti” durante la specialità andrebbero pagati meno (resta poi da accertare quali siano stati questi lavoretti). Spiega la senatrice Granaiola: «La volontà del Ddl è risolvere la questione dei medici ex specializzandi una volta per tutte per arginare l’emorragia di rimborsi che lo stato dovrà pagare. Nel titolo però non è implicita la necessità di estendere la platea dei beneficiari agli specializzandi ante 1983 e ci pare di capire che il Ministero della Salute non sia orientato a dare l’estensione al 1978. L’estensione però la chiede la Cassazione ma non la CE. Al di là di questo, c’è la volontà di non escludere nessun avente diritto».

E’ di pochi giorni fa la notizia che la Fnomceo ( il presidente Roberta Chersevani e vicepresidente Scassola, in audizione davanti alla Commissione del Senato) ha dichiarato: ” E’ opportuno prevedere che la remunerazione, di importo pari a 11.000 euro all’anno, sia riconosciuta indipendentemente dalla presentazione o meno di domanda giudiziale per il riconoscimento retroattivo di remunerazione o risarcimento del danno.” La Fnomceo si dichiara inoltre favorevole al testo base laddove “esso oltre al riconoscimento economico retroattivo del periodo di formazione stabilisce anche una modalità alternativa di sanatoria, consistente in periodi di contribuzione figurativa, che può condurre al prepensionamento o all’integrazione della pensione già percepita”.

Dunque, stiamo sereni, in attesa che il tutto si chiarisca e si delinei. Intanto, auguri.

Responsabilità del Medico e Linee Guida. Il Ddl. Post di Gaetano Lanza.

“Un altro importante passo avanti: la Commissione XII del Senato ha approvato il Ddl sulla responsabilità del medico”. Questo più o meno il tweet del 3 novembre da parte del Ministro Lorenzin che si riferisce alla nuova tappa del Ddl Gelli, che dopo l’approvazione alla Camera del 28 gennaio era stato assegnato alla Commissione Seanto.

Ora il testo (clicca su ddl) deve passare al vaglio delle due camere prima dell’approvazione finale.

Vediamo di entrare un po’ di più nello specifico, se abbiamo ben capito.

Colpa lieve o grave e Linee Guida– Nella prima stesura del Ddl era scritto più o meno così: il sanitario che nella sua attività, a causa d’imperizia (non dunque negligenza /imprudenza/ inosservanza di leggi) cagiona morte o lesioni al paziente risponde di omicidio o lesioni colpose solo per colpa grave, che è comunque esclusa quando -salve le specificità del caso – sono rispettate le buone pratiche e le linee guida e raccomandazioni. Nella nuova stesura non si parla più di colpa grave e l’ordine di importanza delle regole da seguire è il seguente: linee guida e raccomandazioni vengono prima per importanza delle buone pratiche cliniche. Inoltre la punibilità per omicidio o lesioni colpose è esclusa se l’evento si è verificato per imperizia del sanitario ma sono state rispettate le raccomandazioni previste da linee guida pubblicate in letteratura o, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico assistenziali, “sempre che le raccomandazioni risultino adeguate alla specificità del caso”. Come dire che il rispetto delle Linee Guida offre al sanitario un importante  paracadute. Ricordiamo che per la legge 189/2012 già non risponde penalmente per colpa lieve il sanitario che nella sua attività si attiene a linee guida e buone pratiche, e da una parte non si differenziano granché nel civile colpa lieve e grave, dall’altra si ammette che la colpa lieve possa portare dritto dal giudice penale se non si seguono le linee guida.
Chi scrive le Linee Guida? Non saranno solo le società scientifiche a scrivere le linee guida che salvano il medico che le segue dall’imputabilità. Nella nuova stesura del Ddl sono stati aggiunti con un emendamento altri enti pubblici e privati, nonché associazioni professionali a vario tipo, i cui criteri di candidabilità sono tutti ancora da scrivere. L’articolo 5 indicava le società scientifiche iscritte in un apposito elenco istituito da decreto del Ministero della Salute da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge. Con la nuova formulazione potranno entrare nell’elenco di chi scrive linee guida e raccomandazioni (reso pubblico presso il sito dell’Istituto Superiore di Sanità) anche “enti e istituzioni pubbliche e private” nonché “associazioni tecnico- scientifiche delle professioni sanitarie”. E i mesi per avere il decreto che indica come si compila l’elenco diventano solo tre. La motivazione di tale allargamento sembra essere una maggior garanzia e valida terzietà nella costruzione e scrittura delle stesse linee guida. Per questo avrebbero e avranno più valore e voce in capitolo Linee Guida condivise da più società scientifiche e enti terzi (quali?).

Concordiamo col Ministro. Un importante passo avanti in questa materia si sta facendo ed era ora. La nostra Società ha fatto, sta facendo e farà la sua parte. Ha pubblicato le Linee Guida della propria Specializzazione, condividendole, laddove ritenuto opportuno, anche con altre Società. Ha anche partecipato e parteciperà a Consensi e a Linee Guida Intersocietarie. Ha le carte in regola. E’ pronta. Ha le antenne tese in cerca di segnali dall’universo sanità, in attesa del testo finale della nuova Legge.

29 ottobre. Giornata Mondiale per l’Ictus. Post di Gaetano Lanza.

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Il 29 ottobre si è celebrato il World Stroke Day. Il pianeta ha lanciato quest’altro grido d’allarme: occorre combattere più efficacemente quella che è tra le principali cause di morte e invalidità: l’ictus. Manifestazioni in tutto il mondo, nei centri di cura e tra le organizzazioni che si occupano di ictus anche nel sociale.  Anche noi, con questo Post, nel nostro piccolo vogliamo dare un modesto contributo.

Poche cifre che parlano da sole: 6,5 milioni di morti ogni anno e  26 milioni di sopravvissuti invalidi. Un vero e proprio Bollettino di Guerra Mondiale. E vorremmo invece pubblicare un Bollettino di Vittoria.

Diagnosi precoce e terapie efficaci e tempestive: queste sono le armi riconosciute più in grado di vincere quello che gli anglosassoni hanno battezzato “neglected serial killer”.

Urge prenderne coscienza e organizzarsi per tentare di risparmiare vittime e superstiti segnati a vita dal destino. Per questo il tema scelto per la campagna 2016 è stato  ‘Face the facts: stroke is treatable’ .

Intanto passiamo anche noi la parola per farlo sapere in giro, anche sui social media, mettendo un like sulla pagina www.facebook.com/worldstrokecampaign o seguendo e twittando @WStrokeCampaign #WSD16.

L’incidenza dell’ictus è purtroppo sempre in aumento, ma la buona notizia è che, come ricorda il tema della Giornata Mondiale, ‘l’ictus è trattabile’ e si può e si deve combattere. Intanto l’ictus si può e si deve prevenire, e non ci stancheremo mai di dirlo, in tutte le forme, dal controllo dei fattori di rischio, alla diagnosi e terapia precoce delle patologie che poi portano all’ictus. Sono diverse e riconosciute. Si va dallo stile di vita errato, come la sedentarietà, il fumo attivo e passivo, l’inquinamento, l’obesità, all’ipertensione arteriosa, al diabete mellito, alle dislipidemie, eccetera, fino alla stenosi carotidea. E poi la cura più immediata e appropriata ai primi sintomi. Ormai è noto che la vita delle persone colpite da questa condizione può infatti migliorare notevolmente attraverso una maggior consapevolezza e più precoce riconoscimento dei sintomi, un miglior accesso alle cure e soprattutto mediante l’azione rapida e la messa in opera di tutto il “percorso di salvataggio”.

La campagna di pubblica sensibilizzazione mira ad aumentare la consapevolezza a tutte le età, a partire dall’età scolare e giovanile (molti sono i casi di ictus giovanile) per passare all’età matura e poi a quella più avanzata, alla quale l’ictus fa più strage.

Oggi si può e si deve intervenire più in fretta possibile.  L’acronimo inglese è FAST (veloce) che sta per F = face drooping o faccia cadente, A = arm weekness o debolezza del braccio,  S = speech difficulty o difficoltà nel parlare, T = time to call o è tempo di chiamare  soccorso o di farsi portare in un Pronto Soccorso.

Grazie oggi alle cure più avanzate nei centri qualificati, come le Stroke Unit, sparse sul territorio nazionale, grazie alla diagnosi immediata o precoce, grazie alla trombolisi e/o stent retriver (sistemi di aspirazione e rimozione del trombo), o grazie a un intervento chirurgico tempestivo alla carotide, grazie a terapie mediche e riabilitative avviate prima possibile, si può dire che è stata radicalmente modificata in senso più favorevole la prognosi di questa malattia spesso letale.
Condizione fondamentale è ovviamente la rapidità della diagnosi, del soccorso e delle cure appropriate. In alcuni Paesi avanzati, ed è in arrivo anche in Italia, si sta sperimentando la Stroke Unit mobile, un’ambulanza con personale e apparecchiature dedicate al primo soccorso e alle prime terapie a domicilio.

Lo slogan che gira nei social è AAA for Stroke: Awareness, Access, Action.
Anche di questo si é parlato al recente Congresso SICVE di Roma, 23-25 ottobre, nella Sessione Congiunta SICVE-ISO-ALICE onlus, dal titolo “l’ictus, un impegno comune”, durante la quale è stata presentata NeuroVascNet, la nuova Rete italiana tra le Stroke Unit e le Chirurgie Vascolari Endovascolari. Digita su http://www.sicve.it/neurovascnet/ per saperne di più nei prossimi giorni; la pagina è in costruzione.

Anche questa Rete contribuirà, si spera, a migliorare la triple A for Stroke. Se sei un Neurologo o Chirurgo Vascolare partecipa anche tu o promuovi la partecipazione del Tuo centro a NeuroVascNet! Visita la pagina http://www.sicve.it/neurovascnet/ o mettiti in contatto con gaetano.lanza@multimedica.it

Immagini dal Congresso. Post di Gaetano Lanza.

Anche quest’anno il Congresso Nazionale SICVE è stata ‘na cifra. Così la definirebbe il nostro Presidente che è di Roma ma Romano non é. Tu vuò fa….’l romano. Grazie Nicola! Forse è il Congresso che aspettavi da una vita. Lo sforzo non da poco ti ha ripagato. Ti ringraziamo tutti.

Ci siamo tutti incontrati lì. Come ha giustamente sottolineato Carlo Setacci in Assemblea, al Nazionale ci si ritrova tutti, come la famiglia intera a Natale aggiungiamo noi. Possiamo avere anche dubbi sul resto, ma su questo non ci piove: il Congresso serve a ricompattarci, a resettarci (direbbe un informatico), a unirci in un unico grande abbraccio. Rimane il giorno dopo una certa malinconia, una certa nostalgia. E pensiamo già al prossimo. Perché questo Nazionale è il vero, nostro, grande, unico, impareggiabile, straordinario più grande spettacolo dopo il Big Bang.

Abbiamo pensato di raccontarlo questa volta con poche immagini, alcune emblematiche, alcune curiose. Ringrazio Katrin Bove per avercele catturate e offerte.

benvenuti-al-congresso                              Benvenuti

cardinale-ruini                 Il Cardinale Ruini. La Benedizione!

il-senatore-zanda                 Il Senatore Zanda. Il Messaggio!

tiro-mancino                 Il “Tiro Mancino”!

presidenti-e-segretario                 Il Presidente. I Presidenti. Il Segretario.

il-direttivo                 Il Direttivo.

 

tutti-per-uno-e-uno-per-tutti                 Uno per tutti. Tutti per uno!

ci-sei-anche-tu                  Guarda bene. Ci sei anche tu.

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questa-mania-del-self                Ci sta un selfie? Why not!

e-quasi-unoffesa-mangiare-in-posti-come-questo             E’ quasi un peccato mangiare in posti come questo !

spero-vi-sia-piaciuto        Spero che vi sia piaciuto!