Quel fiore tra le rovine. Post di Gaetano Lanza.

download                               Or tutto intorno una ruina involve,

ove tu siedi, o fior gentile, e quasi

i danni altrui commiserando, al cielo

di dolcissimo odor mandi un profumo,

che il deserto consola. A queste piagge

venga colui che d’esaltar con lode

il nostro stato ha in uso, e vegga quanto

è il gener nostro in cura

all’amante natura. E la possanza

qui con giusta misura

anco estimar potrá dell’uman seme,

cui la dura nutrice, ov’ei men teme,

con lieve moto in un momento annulla

in parte, e può con moti

poco men lievi ancor subitamente

annichilare in tutto.

(da La Ginestra di Giacomo Leopardi)

                            C’è sempre un fiore di speranza tra le rovine.

La chirurgia vascolare italiana si stringe compatta al cuore dei sopravvissuti, dei parenti e amici delle vittime, dei soccorritori, dei ricostruttori, nel dolore per i bambini e le bambine, i giovani, meno giovani e anziani che hanno perso la vita quella notte tragica che non scorderemo mai.

 

Fare per essere. Post di Gaetano Lanza.

Benasayag                              Alcmeone

Benasayag                                                        Alcmeone

“ Se ogni pratica modifica il cervello in un corpo, la pratica che si restringe all’informazione meramente codificata modifica di meno e in modo non radicato; le informazioni, in questo senso, non saranno conoscenze che scolpiscono il cervello ma conoscenze che, semplicemente e sempre di più, circolano nel cervello. Ogni volta più separato dal corpo, dalla sua fonte principale di conoscenza e di pensiero, il cervello si trasforma così, a poco a poco, in una lastra di gestione di informazioni, informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo. E’ evidente che la particolarità della specie umana risiede nel fatto di poter…..conoscere quel che sperimentiamo.”

 A scrivere così è Miguel Benasayag nel suo libro edito quest’anno da Erickson dal titolo “Il cervello aumentato. L’uomo diminuito”. Miguel Benasayag, di origine argentina, è un filosofo, ontologo, antropologo, psicoanalista che vive e professa a Parigi. In questo libro descrive le ricadute delle innovazioni tecnologiche, specie recenti del digitale, sugli aspetti antropologici dell’uomo moderno e in particolare sul cervello umano.

Il concetto espresso dalle frasi riportate sopra si potrebbe così riassumere molto banalmente: per imparare bisogna fare. Non basta acquisire nozioni, lezioni, consigli, modelli, eccetera. Noi siamo fatti in modo tale che solo facendo e sperimentando, tentando e magari sbagliando e correggendo gli errori, possiamo imparare e quindi diventare e quindi essere ciò che siamo. Il nostro cervello è congegnato in modo tale che ricevendo le informazioni e le esperienze tramite, anzi digerite, soltanto dal proprio corpo (quindi è inconcepibile un cervello avulso dal proprio corpo, l’Autore è critico anche verso la cosiddetta Intelligenza Artificiale, che non potrà mai equipararsi al pensiero e alle facoltà umane) può plasticamente formarsi, crescere, costruirsi il proprio mondo e “scolpirsi”. Possiamo fornirgli tutte le informazioni che vogliamo ma queste restano superficiali e inefficaci se non passano attraverso il filtro del corpo. Per questo ad esempio per imparare e memorizzare abbiamo bisogno di costruirci noi delle immagini, disegni; lo possiamo fare anche solo virtualmente o inconsapevolmente, ma preferiamo farlo realmente, sperimentando appunto e rimettendoci del nostro, anche in termini spesso di errori o sconfitte.

“L’integrazione organica di conoscenze – aggiunge Benasayag – è questo modo di esistenza delle culture umane, dove ciò che avviene è che le conoscenze acquisite hanno un forte rapporto con la vita concreta delle persone, anche quando tali conoscenze siano astratte, teoriche o molto sofisticate.”

Il riferimento qui potrebbe nascere spontaneo alle scuole di chirurgia. Nell’era della digitalizzazione e dei nuovi sistemi di comunicazione, educazione, apprendimento, per cui la modernizzazione dei sistemi di insegnamento è indice di maggior performance e ottenimento di miglior risultati, l’antico paradigma della scuola a tempo pieno, che diventa anche scuola di vita, tipico persino delle prime scuole di Medicina, come quella di Alcmeone di Crotone del VI secolo a.C., continua ad essere e sarà sempre più che valido. Ciò non toglie comunque che possano e debbano essere introdotti e incorporati nuovi modelli tecnologici offerti oggi dalla scienza, quali quelli di simulazione pratica o virtuale. Purchè resti valido il principio. L’apprendimento per essere efficace e duraturo deve ‘modellare e scolpire il cervello’, per cui non potrà mai essere passivo per chi lo riceve, ma dovrà necessariamente, anche inconsciamente caratterizzarsi come attivo, partecipato, metabolizzato, personalizzato. Per comptere questo il cervello umano è costretto a impiegare, spendere, dilapidare energie, reti neurali, sostanza propria per da una parte distruggersi ma dall’altra costruirsi e strutturarsi. Proprio come lo scultore fa col pezzo di materia amorfa, da cui viene estratta l’opera d’arte. Ricordate cosa sosteneva Michelangelo?

Un’ultima, si fa per dire, considerazione.

In un futuro prossimo l’uomo sarà sempre più costretto a confrontare il proprio cervello con la famosa Macchina di Turing, ovvero l’Intelligenza Artificiale. Non è improbabile che ciò possa coinvolgere anche nuovi sistemi di comunicazione e apprendimento, quelli macchino-mediati che la specie umana potrà avere a disposizione, e che la stessa Macchina potrà fornirgli (anche durante il sonno, come qualcuno sostiene), tramite l’ingegneria genetica, l’optogenetica, le nanotecnologie e gli impianti di microprocessori per accrescere le performance di precise reti e centri neuronali e quindi anche memorie, esperienze e capacità intellettive e operative. Alcuni esperimenti primordiali in tal senso sono promettenti.

Fantascienza? Per ora sì. Ma finora buona parte di tutto ciò che la specie umana ha prima sognato  è riuscito poi a realizzare, da quando vide i fulmini e sperò di domesticare il fuoco e poi riuscì con esso a illuminare e scaldare (fin troppo) il pianeta a quando puntò il dito verso la luna per poi puntarvi i piedi.

Le 25 candeline del WEB. Post di Gaetano Lanza.

Tim Berners-Lee

Esattamente 25 anni fa nasceva il WEB. Il 6 agosto 1991 Tim Berners-Lee (vedi foto), di recente apparso anche in uno spot televisivo nazionale, diede vita ad un sistema per collegare i computer dei centri di ricerca del CERN di Ginevra e poter condividere così le informazioni. Una specie di database online a cui si potesse accedere da ogni computer. Su uno dei computer creati da un giovane promettente, un certo Steve Jobs, creò anche gli ipertesti, le pagine testuali legate tra loro da un link, e il tipo di scrittura che battezzò come World Wide Web, da cui le iniziali WWW, che sono la sigla di ogni sito web, tra cui anche il nostro di www.sicve.it.

Anni fa chiesero a Rita Levi Montalcini quale fosse secondo lei l’invenzione del secolo e lei rispose: “ e me lo chiedete? Il web naturalmente”.

Siamo d’accordo. E per questo non possiamo non dedicare questo spazio modestissimo a Berners-Lee e al web nella ricorrenza del 25° anniversario.

Che dire! Il web ha rivoluzionato l’umanità e il modo di comunicare. Chiunque può mettersi in contatto e scambiare messaggi, foto, audio, video, testi con chiunque sul nostro pianeta in tempo reale. L’essere umano non lo immaginava solo 25 anni fa. Ricordo mio nonno che spediva la lettera ogni mese a suo figlio che abitava a Buenos Aires e che riceveva indietro le notizie, ad andar bene, dopo almeno due mesi. Perché la lettera viaggiava via nave che impiegava non meno di 20 giorni per giungere a destinazione.  Adesso c’è skype. Basta un clic e la persona desiderata appare nello schermo e parla con te dall’altro capo del mondo.  Ormai si comunica quasi solo, spesso solo, tramite il web e si parla di comunità-social web. Se ha ragione Darwin, e ha ragione, il web ci sta modificando fisicamente e mentalmente, perché grazie al web sta cambiando l’ambiente e il nostro modo di vivere e lavorare e i più resistenti si selezioneranno per procreare prole più in grado di sopravvivere.

Neanche Berners-Lee immaginava allora cosa sarebbe successo.

Bastano alcune cifre. Un miliardo circa i siti web esistenti oggi e ne nascono circa 3 ogni secondo. Tre miliardi e mezzo gli esseri umani in Rete, la metà della popolazione del pianeta. Impressionanti le possibilità che offre oggi la Rete.

Cerchiamo almeno di stare al passo, noi di sicve.it

 

 

 

Tecniche endovenose o stripping per le varici? Post di Gaetano Lanza.

BJS lug 16 Varici endo

Accogliamo volentieri la segnalazione di Patrizio Castelli, perché ci dà l’occasione di fare il punto su un argomento molto dibattuto oggi.

Riconsiderare la rivoluzione endovenosa, questo il titolo efficace di un articolo apparso di recente su BJS, che invitiamo a leggere, in quest’estate calda durante la quale le varici sono un problema estetico ma non solo.

L’autore analizza le più recenti e importanti revisioni in letteratura invitando a “riconsiderare” le terapie endovascolari (laser/radiofrequenza) che in molte linee guida o consensi, specie oltreoceano, sembrano aver rimpiazzato la pur valida ma ormai da molti considerata sorpassata chirurgia (stripping). La conclusione dell’autore sarebbe più o meno simile a quella riscontrabile in altre patologie quali aneurismi o arteriopatie ostruttive: il vantaggio che si ottiene  nell’immediato e breve termine con la tecnica endovascolare, indubbiamente meno invasiva e traumatica rispetto a quella tradizionale, si paga col tempo con il maggior bisogno di re intervento nel medio e lungo termine.

Questo perché. Perché in caso di varici safeniche il tallone d’Achille per la radiofrequenza e la laserterapia sembra essere la giunzione safeno femorale che rimane non trattata in modo completo ed efficace (in futuro potrebbe però esserlo), quindi rimane incontinente (stump di giunzione) e costituisce per questo causa di maggior rischio di recidiva a distanza della patologia, mentre la tradizionale legatura nel punto giusto, con sezione di tutti i collaterali come ci è stato sempre insegnato, e con stripping safenico, sembra essere superiore in termini di minor rischio di recidiva.

La questione e il dibattito rimane quindi aperto. Quale è la prima scelta? La laser/radiofrequenza o lo stripping? Per non parlare poi della terza opzione, che è la scleromousse della safena, che sembra essere ancora più a rischio di recidive.

E’ probabile quindi che l’entusiasmo prodotto dalle tecniche endovascolari, che ad esempio in USA, come sappiamo, vengono ormai da molti considerate la prima scelta, possa attenuarsi con l’analisi dei dati di follow up a medio e lungo termine e quindi con il riscontro di maggior numero di re interventi rispetto al tradizionale stripping, che diventando invece sempre meno invasivo (è preferibile quando possibile lo stripping breve, accessi sempre più limitati ecc.) potrebbe essere mantenuto come prima scelta o recuperato e rispolverato dalla soffitta o dalla cantina.

Qual è la posizione attuale delle nostre (di SICVE e SIF) Linee Guida che saranno a breve pubblicate ? Ci permettiamo qui di anticipare alcune principali Raccomandazioni.

Raccomandazione 12.1 Prima di una procedura chirurgica per varici degli arti inferiori è indicato un accurato  studio mediante ultrasuoni (ecocolorDoppler) morfologico e funzionale delle vene superficiali e profonde, per individuare i segmenti venosi safenici e/o extrasafenici incontinenti da asportare o escludere. Classe IIa, Livello B.

Raccomandazione 12.2 Per le varici degli arti inferiori è indicato lo stripping radicale della safena interna/esterna in caso di incontinenza safenica e/o di varici extrasafeniche. In caso di safena interna incontinente é da preferire, se possibile, lo stripping corto fino sopra o sotto il ginocchio, associato o meno a varicectomie extrasafeniche. Qualora lo stripping radicale non sia possibile per motivi tecnici, è indicata la crossectomia safenica con varicectomie. Classe IIa, Livello B.

Raccomandazione 12.3 Per le varici degli arti inferiori da incontinenza della safena, in alternativa allo stripping, in centri e con operatori con adeguata esperienza, in casi selezionati può essere indicato l’intervento termoablativo, meno invasivo, mediante laser o radiofrequenza.  Classe IIa, Livello B.

Ci sembra questa una posizione più che saggia ed equilibrata, anche alla luce del suddetto articolo. A chi non fosse d’accordo ( e ce ne saranno tanti) potremmo dire che :

  1. intanto le suddette raccomandazioni hanno trovato nella nostra comunità scientifica il consenso comune di chirurghi e flebologi (perdonate la distinzione);
  2. le linee guida (anche queste) non sono mai definitive, ma possono, anzi devono essere pronte a modifiche anche sostanziali;
  3. in ogni caso il solo entusiasmo per la novità potrebbe essere cattivo consigliere, specie per produrre Linee Guida.

 

 

Pubblicato lo Studio Interstroke sui fattori di rischio per ictus. Post di Gaetano Lanza.

L’abbiamo sempre saputo. I classici fattori di rischio modificabili per l’ictus sono: ipertensione arteriosa, diabete mellito, dislipidemia, fumo di sigaretta, vita sedentaria, obesità, cardiopatia cronica e fibrillazione atriale, abuso di alcool e droghe, carotidopatia ecc. Ma era ora che si conducesse uno studio largo, anzi larghissimo, di popolazione per verificarne e confermarne ad oggi la portata, l’eventuale loro classifica in ordine di odds ratios, visto che di studi del genere e soprattutto recenti non disponevamo.

Finalmente è stato da poco pubblicato su The Lancet lo studio Interstroke che ha coinvolto 32 Paesi dei cinque continenti, col Canada capofila, e quasi 27.000 soggetti  studiati tra gennaio 2007 e agosto 2015. Lo studio osservazionale s’intitola “Global and regional effects of potentially modifiable risk factors associated with acute stroke in 32 countries (INTERSTROKE): a case-control study”.

  Qui di seguito il link

The Lancet 2016. doi: 10.1016/S0140-6736(16)30506-2 http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(16)30506-2/abstract

L’ipertensione arteriosa si conferma il fattore di rischio modificabile più importante per l’ictus e, assieme ad altri nove, rende conto del 90% degli eventi acuti globali. La variante ischemica, a genesi tromboembolica, rappresenta l’85% dei casi, e la forma emorragica il restante 15%.
«Dei dieci fattori di rischio analizzati, il ruolo di ciascuno varia da Paese a Paese» ha commentato il coautore Martin O’Donnell del Population Health Research Institute alla McMaster University di Hamilton in Canada. «La prevenzione deve essere basata su una chiara comprensione delle principali cause» scrivono gli autori.

Al secondo posto, dopo l’ipertensione, viene la vita sedentaria, seguita da cattiva alimentazione, obesità, fumo, cardiopatie tra cui la fibrillazione atriale, diabete, alcool, stress ed elevati livelli di apolipoproteine, che secondo gli autori sono un indicatore migliore rispetto al colesterolo totale. «Molti dei fattori di rischio compresi nella lista sono spesso associati tra loro, come per esempio obesità e diabete» ricordano i ricercatori, sottolineando che l’importanza di alcuni varia da regione a regione.
Per fare qualche esempio, il ruolo dell’ipertensione è minore in Europa Occidentale, America del Nord e Australia e maggiore nel Sud-Est asiatico, mentre l’assunzione di alcool è più significativa in Africa e Asia meridionale rispetto all’Europa occidentale, al Nord America e all’Australia.

Quali i principali messaggi dello studio?

Il primo più importante è che l’ictus è una malattia devastante ma altamente prevenibile a livello globale e che molto ancora resta da fare nel campo della prevenzione.

Il secondo è la diversa importanza che i fattori di rischio assumono a seconda dell’etnia e del Paese, ma in ogni caso sono sempre gli stessi, in agguato, che si moltiplicano nello score più che sommarsi.

Il terzo è che non serve o serve a poco agire su qualcuno di essi o su uno di essi, trascurando gli atri se sono presenti. Tradotto per noi chirurghi vascolari: serve a poco correggere una stenosi carotidea asintomatica se non si corregge anche l’ipertensione arteriosa se é presente. Qualcuno lo chiama anche approccio globale al paziente.

La questione “ aderenza terapeutica”. Post di Gaetano Lanza.

Se pensiamo che i nostri pazienti siano tutti sempre ligi al loro “dovere” di seguire le nostre indicazioni, ci sbagliamo di grosso. A parte una minoranza, scarsa, di pazienti modello, che seguono alla lettera le prescrizioni del medico, la maggioranza è ben lungi dal farlo.

Un report recente dall’Agenzia Italiana del Farmaco ha dimostrato che la percentuale di pazienti che seguono le prescrizioni dei farmaci da parte dei medici di medicina generale non arriva al 40% nelle migliori realtà, con una media nazionale che si aggira sul 35-37%. Ci riferiamo in gran parte a patologie croniche. Complice anche la scarsa performance del paziente anziano che spesso fa confusione o si dimentica. E questo il medico di famiglia lo sa benissimo. Ci sono e ci possono essere delle soluzioni al problema? Una più corretta informazione ed educazione da parte del medico? Non solo nei confronti del paziente ma anche dei familiari? Un’informazione ed educazione “sanitaria” che parte da età scolari dell’obbligo? Vedi campagna contro il fumo nelle scuole promossa dall’allora Ministro Sirchia.

Se da una parte noi medici ci impegniamo a prescrivere in modo sempre più corretto e “appropriato” ( a proposito, il famoso Decreto Appropriatezza emanato dal Ministero è stato revocato in questi giorni per cui il medico di medicina generale è libero di prescrivere ciò che vuole, purchè lo motivi….si sa che restano comunque i controlli – da parte di chi? – e le sanzioni sulle cosiddette ricette facili e immotivate), nel rispetto delle linee guida e così via, dall’altra è più che giusto che il paziente si impegni a seguire i “consigli” del medico. Ricordo già qualche decennio fa il prof Imparato a New York che non operava per ostruzione femoro poplitea il paziente che fumava. Un giorno gli chiesi come faceva lui a verificare se il paziente fumava o meno e mi rispose che il paziente firmava un’autocertificazione e che l’assicurazione americana si riservava di dosare la nicotina nel sangue in caso di re intervento. Non so se funziona ancora così in USA.

“Appropriatezza nelle prescrizioni e aderenza alle terapie sono due pilastri fondamentali dell’approccio che può consentirci di coniugare la risposta ai bisogni di salute espressi dai cittadini e la salvaguardia del nostro Servizio Sanitario Nazionale, universalistico e solidaristico.” Così si è espresso di recente Mario Melazzini, Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco in occasione dell’incontro Health City Forum. «Si tratta di due fattori ancora più rilevanti per il contrasto alle malattie croniche, che sono una delle sfide più importanti da vincere nei prossimi anni». Tema del forum erano i fattori che influenzano la salute nelle grandi città e in merito Melazzini ha sottolineato che le «aree urbane costituiscono un laboratorio importante per chi si occupa di salute. Gli stili di vita nelle città sono tra i fattori che maggiormente determinano lo stato di salute della popolazione e possono contribuire, ad esempio, all’insorgenza di patologie croniche che impattano in maniera particolarmente significativa in termini di risorse economiche sul SSN e in di conseguenza anche sulla spesa farmaceutica. La formula corretta per rispondere alla domanda di salute che proviene dei cittadini» ha concluso Melazzini «è quella che mette insieme da un lato la prevenzione, una risorsa importantissima sulla quale occorre investire sempre di più e dall’altro la corretta informazione al cittadino-paziente. Per fare questo abbiamo bisogno di un grandissimo gioco di squadra fra le istituzioni, essenziale nel contesto dell’assistenza socio-sanitaria nel nostro Paese, per far sì che ci si faccia carico della persona nel suo complesso all’interno di un percorso omogeneo e integrato».

Non possiamo che sottoscrivere parola per parola.

Si parla infatti di Alleanza Medico – Paziente, come della nuova sfida del terzo millennio.

SAREBBE IL CASO CHE LA NOSTRA SOCIETA’ SI OCCUPASSE MAGGIORMENTE NEL PROSSIMO FUTURO ANCHE DI QUESTA TEMATICA.

E’ ormai dimostrato che il fumo ad esempio e altre sostanze tossiche danneggiano e continuano a danneggiare la parete dei vasi. Viceversa farmaci nuovi come le statine, è dimostrato, proteggono e in alcuni casi riparano o aiutano a riparare le pareti dei vasi.

Allora è lecito chiedersi.

Ma il paziente se ne rendo conto?

Siamo sicuri al cento per cento che in un paziente operato per ostruzione femoro poplitea il decorso sia peggiorato solo per questioni tecniche, e ci strappiamo i capelli per capire se è stata colpa di quel tipo di stent o di materiale protesico, senza mettere in conto anche la scarsa aderenza terapeutica del paziente?

Oppure. Quando si afferma che una stenosi carotidea asintomatica è meglio trattarla con la famosa best medical therapy piuttosto che operarla, siamo sicuri che questa BMT – nell’interesse del paziente- sarà anche performed?

La scomparsa di Paolo Binelli, Presidente di Alice Onlus. Post di Gaetano Lanza.

La scomparsa di Paolo Binelli, Presidente di Alice Onlus. Post di Gaetano Lanza.

PaoloBinelli

Dopo quella di Cesare Fieschi, Genio e Maestro della Neurologia Italiana, pochi giorni fa, in meno di un mese, questa di Paolo Binelli, Presidente di Alice Italia Onlus. Il sito di Alice Onlus, Associazione Pazienti, lo ricorda. 

Due perdite immense, anche per noi chirurghi vascolari. Quella di Cesare Fieschi, la perdita di un luminare, di un faro della Neurologia, di uno Scienziato famoso che ci ha presi per mano e portato in sala operatoria e insegnato come contribuire a prevenire e curare l’ictus. Questa di Paolo Binelli, la perdita di una “laico”, di un Volontario, che ci ha presi anche lui per mano e portato in piazza, al letto del paziente, in Senato, per combattere assieme l’ictus. Ironia della sorte: Paolo è scomparso in seguito ad un ictus devastante, proprio come non avrebbe mai immaginato di finire, vinto dalla malattia che aveva deciso, ad un certo punto della Sua vita, di combattere con tutte le Sue forze.

Paolo era sempre come lo si vede nella foto. Un’esplosione di positività che ti avvolgeva. Non potevi dirgli di no.  Non potevo dirgli di no quando mi chiamava e mi parlava di quella iniziativa che non poteva non coinvolgere anche i chirurghi vascolari. Un giorno mi disse di comunicare al Presidente SICVE che bisognava andare in Senato con l’ecodoppler a fare lo screening. E ci andammo con lui. Un altro giorno mi disse che aveva preparato una Lettera d’Intenti tra SICVE e Alice. Non feci altro che girare la mail al nostro Presidente, che allora era Peinetti e che firmò con Paolo al Congresso SICVE di Bari l’Intesa. Mi chiese a Bari di fare una foto ai due Presidenti che firmavano. Presi il telefonino e scattai la foto. Era felice e trasmetteva felicità. Se ne andò dopo la firma in punta di piedi, dicendomi che era uno dei giorni più belli da ricordare. Come pochi giorni fa, il 6 giugno, se n’è andato in punta di piedi, ma questo è uno dei giorni più tristi da ricordare. Non voleva mai dare fastidio. Ma voleva fare. E tanto. Altra ironia della sorte: il giorno dopo la sua scomparsa Alice ha presentato in Senato i risultati dello screening.

Paolo non era un medico, ma un ingegnere. Quando eravamo seduti l’uno accanto all’altro a qualche Congresso, ridendo mi confidava di non capire molte cose tecniche e io gli replicavo che proprio per questo era più grande di noi-tecnici, perché poteva vedere quello che noi tecnici non vediamo e cioè l’altro lato della medaglia, quello del paziente. Ci facevamo una risata, ma era una grande verità.

Paolo fu Presidente di Alice Onlus dal 2011 a pochi giorni fa. Per il Suo impegno nel sociale ebbe anche numerosi riconoscimenti, come l’invito a presentare nel corso di un Seminario Internazionale, nel 2014 a Kuala Lumpur, l’esperienza e l’impegno italiano nella lotta all’ictus. Quando tornò da Kuala Lumpur mi telefonò non per dirmi quando era stato bravo, ma per dirmi che non riusciva ancora a crederci. Lui, un ingegnere. Quando ci sentivamo per organizzare qualcosa, mi impressionava l’agenda dei Suoi impegni, tutti per la lotta all’ictus, in giro per l’Italia.

E mi diceva sempre: “ma io sono un ingegnere!”. E io: “…per questo sei più bravo.” E ridevamo.

Commemoreremo Paolo Binelli e Cesare Fieschi alla Sessione Congiunta SICVE-ISO-ALICE a Roma il 23 ottobre alle 16.40, al Congresso SICVE.

Grazie, Paolo. E’ stato un onore esserTi amico.