Forum del Mediterraneo. Post di Gaetano Lanza.

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Se dico Mediterraneo, cosa Vi viene in mente? Facile, il barcone pieno di uomini, donne e bambini ammassati tra la vita e la morte, con anche qualcuno o qualcuna già morta, il barcone della morte, ma anche della speranza di una vita migliore, anzi di una vita. Qualcuno é giunto a definirlo il mare della morte. Con la speranza che sia invece il mare della vita.

C’é una bella canzone di Mango, morte pramaturamente, ciao Mango, figlio (per errore avevo scritto giglio, e ho sbagliato a correggere) del Mediterraneo, che parla di Mediterraneo da scoprire, da morire. Sentitela. E’ piena di poesia.

Il Mediterraneo non é, non deve essere e non sarà il mare della morte. Persino chi dibatte ed é contrario ai barconi dell’accoglienza, ed é per i respingimenti, non vuole che lo sia. Non merita di esserlo. Non merita di esserlo nessun mare, perché la scienza ci ricorda che nel mare e dal mare spunto’ la vita sul nostro pianeta tre miliardi di anni fa. Prima di essere come siamo, esseri complessi in grado di conquistare l’universo, fummo alghe, esseri semplici unicellulari, poi pesci in fondo al mare, poi anfibi e rettili che strisciarono sulle rocce e la terra ferma e solo da poco abbiamo drizzato la schiena e le antenne, scrutato l’orizzonte e il cielo e non sappiamo ancora chi siamo e cosa faremo tra poco, se sopravvireremo, in quale forma di vita e su quale pianeta se il nostro diventerà per noi asfissiante.

Il Mediterraneo, il mondo lo sa, é stata la culla della civiltà occidentale e del pensiero moderno, anche della carta dei diritti umani oltre che della scienza umana.

Ma perchè scrivo oggi del Meditarreo? Certo anche perchè sarà partito anche stanotte qualche altro barcone. Certo perché sentiro’ e leggero’ anche oggi la notizia che ormai non fa più neanche notizia. In realtà scrivo da Tolosa, dove ieri, sabato 24 giugno, con Peinetti e Chiesa, abbiamo partecipato ad una riunione preparativa al Forum del Mediteranneo, organizzata dagli amici francesi, in pieno Congresso Nazionale della Società Francese di Chirurgia Vascolare, la SCVE (manca solo una “I” per chiamarsi come la nostra). C’erano oltre che di Italia e Francia anche delegati di Spagna, Algeria, Marocco, Tunisia, Libia. Intendiamoci subito. Non vuole essere un’altra, ennesima Società Scientifica. Non ce n’é bisogno. Ce ne sono già troppe. Vuole essere quello che é. Un Forum per scambiare opinioni, incontri, impressioni, network, social, poi anche formazione, progetti, studi, ricerche, specie tra i giovani, maestri di comunicazione, non necessariamente congressoni e poltrone, anzi i congressoni e le poltrone forse (speriamo) saranno fuori luogo e fuori spirito. Ci saranno occasioni congressuali (Bologna, Napoli, altro per noi Italia, di altri paesi come questo congresso francese), per scambiare, confrontarsi, programmare. Se necessario, si organizzerà ad hoc qualcosa. Una cosa é certa. Il Forum del Mediterraneo é salpato, e porta con sè speranze di comunicazione tra le diverse realtà, fresche di idee.

Non anticipiamo nulla perché sarebbe fuori luogo e fuori spirito, ma ci siamo promessi di scambiarci molte cose (speriamo tante) via web. Una volta bisognava sfidare il mare in tempesta con barconi di legno e con vele spiegate al vento, più sicuri dei barconi di gomma di oggi. Erano quelle le barche che portavavo semi di progresso e civiltà in questa Europa selvaggia.

E’ questo il momento per ricordarlo all’Europa? Ah, se lo é, eccome! Ricordiamoglielo. Ricordiamoglielo pure. Rivendichiamolo.

Oggi si naviga in internet, come stiamo già facendo e faremo, seduti comodamente a casa propria.

Per portare anche questa volta nel Mediterraneo e dal Mediterraneo semi di progresso e civiltà in Europa e nel Mondo. Con la stessa speranza, forza, determinazione, coraggio e tenacia di allora, per sfidare il mare in tempesta, quando la priorità era costruire la Magna Grecia e con essa il futuro dell’umanità.

 

I medici giovani curano meglio? Post di Gaetano Lanza.

Lo sostiene uno studio recentissimo del Medicare in USA appena comparso sulla prestigiosa Rivista BMJ.

over 60 BMJ

Le domande che si erano poste gli autori erano 3: la prima, se c’era un’associazione tra età del medico curante e mortalità ospedaliera a 30 giorni dell’assistito; la seconda, se questa associazione era influenzata dal volume dei pazienti trattati dal medico; la terza,  se c’era un’associazione tra età del medico e tasso di ricovero ripetuto/costo di trattamento. Pazienti studiati: 65-75 anni, ricoverati in acuto, escluse patologie ad alta mortalità come il cancro ecc. esclusi pazienti con già ricoveri ripetuti, selezionate le malattie con più frequenti ricoveri in acuto (sepsi, bronchite, scompenso cardiaco), randomizzati per l’assegnazione al medico responsabile delle cure in ospedale. Risultati. La mortalità globale dei pazienti a 30 giorni è stata 11.1%; significativamente più alta se il medico aveva più di 60 anni, con la seguente curva di associazione tra età del medico e adjusted 30 day mortality: < 40 anni / 10.8%, 40-49 anni / 11.1%, 50-59 / 11.3%, > 60 anni / 12.1%. L’alto volume di trattamento  si é associato comunque a più basso indice di mortalità, indipendentemente dall’età del medico. Viceversa non c’è alcuna associazione tra età del medico e tasso di ricovero ripetuto a 30 giorni o costo del trattamento. Risultati simili sono stati riscontrati anche in un campione rappresentativo di medici di medicina generale di territorio.

Interessanti le considerazioni degli autori. E’ più probabile che i medici più anziani aderiscano meno alle linee guida basate sull’evidenza, che applichino meno spesso i nuovi provati trattamenti, che siano meno aggiornati o che abbiano seguito meno corsi di training. L’età di per sé non può comunque bastare a indicare il grado di performance del medico in termini di outcome dei pazienti, poiché per ogni categoria d’età sono stati riscontrati vari livelli di performance. Gli alti volumi di trattamento comunque sarebbero “garanzia” di buona qualità. Diversi sono i limiti dello studio riconosciuti dagli stessi autori, come ad esempio la rappresentatività della realtà del Medicare e non necessariamente di quella di altre realtà americane o di altri paesi. Gli autori stessi però non si sottraggono dal riconoscere il valore dei risultati.

Nasce spontanea l’estensione dei risultati alla nostra realtà, italiana e in particolare chirurgica ospedaliera. Siamo portati a riconoscerci nel Medicare (anche per altri studi). Se volevamo avere una prova del valore aggiunto del fatto di essere giovani medici, e che convenga essere giovani più che anziani,  eccone una da una fonte autorevole. Ma attenzione ai limiti riconosciuti dagli stessi autori. Soprattutto, lo studio è stato condotto su internisti ospedalieri. Le conclusioni sono simili anche per i chirurghi, sapendo che la chirurgia implica soprattutto esperienza acquisita ? Vi lasciamo con questo dubbio, ma anche con una lancia spezzata a favore dei nostri giovani.

Dall’eco della carotide l’età biologica di un individuo. Post di Gaetano Lanza.

 

       

E’ stato sempre un mantra di Maestri del calibro ad esempio di Edmondo Malan. La nostra età è quella delle nostre arterie. Se le nostre arterie si mantengono giovani, rimaniamo giovani. Si chiama anche età biologica, diversa da quella anagrafica che è quella riportata sulla nostra carta d’identità, per intenderci. L’età biologica è quella reale del nostro organismo ( e quindi delle nostre arterie) che può invecchiare più velocemente e più lentamente, rispetto all’età anagrafica. Età anagrafica ed età biologica non necessariamente devono quindi coincidere. Quella che interessa di più è quella biologica.

Per determinare l’età biologica di un individuo non esistevano metodi indiretti di determinazione semplici, precisi e standardizzati, fino a pochi giorni fa, quando alcuni ricercatori dell’Istituto di Biologia Molecolare Engelhardt dell’Accademia Russa delle Scienze e del Centro Ricerche Cliniche per la Gerontologia, dell’Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca hanno pubblicato sulla rivista Aging (vedi allegato) uno studio a dir poco interessante.

Aging 2017, Vol 9, N 4

Le tecniche più accurate per determinare l’età biologica erano e sono ancora quelle basate sull’analisi del DNA (del cosiddetto ‘orologio epigenetico’) e prevedono un errore medio di tre anni (si stima). Trattasi però di analisi costose che di fatto non vengono utilizzate nella pratica quotidiana.

Secondo questo studio invece basta analizzare lo spessore della parete carotidea all’ecocolordoppler, la velocità dell’onda, il diametro del lume carotideo e il grado di stenosi (se presente) e l’indice di augmentation (ovvero la differenza tra il secondo e il primo picco pressorio dell’onda). Ognuno di questi indici rappresenta un marker validato di aterosclerosi, ipertensione, diabete e altre condizioni. Questo studio dimostra come analizzando e processando questi marker, tramite un algoritmo, é possibile determinare con una certa precisione l’età biologica (accuratezza stimata 86.5% per le donne e 80% per gli uomini).

Per validare questo algoritmo sono stati studiati 303 soggetti (199 donne e 104 uomini), di età compresa tra i 23 e i 91 anni, i dati sono stati sottoposti ad un’analisi di regressione non lineare e confrontati con i dati ottenuti attraverso altre tecniche per valutare la stima di rischio individuale di sviluppare una patologia cardiovascolare secondo il Framingham CVD Prediction Score.

Gli stessi autori tengono a precisare che la formula serve a ricavare la presunta età biologica cardiovascolare dell’individuo basandosi su provate correlazioni tra parametri vascolari (della parete carotidea) e stime di rischio di eventi cardiovascolari maggiori. Ma, aggiungono gli autori, i parametri presi in esame sembrano correlare anche con stime di rischio di malattie neoplastiche o degenerative neurologiche, come dimostrato in letteratura.

Insomma, di questo articolo o di questo filone di ricerca sentiremo ancora parlare di sicuro.

Le Ministre Europee della Difesa. Post di Pietro Romano *.

Con la nomina di Sylvie Goulard a ministro dell’Armate francese sono sei le donne titolari del dicastero della difesa nell’Unione europea. La Francia si è aggiunta a Germania, Italia, Norvegia, Olanda e Spagna. Nessuna ha mai avuto a che fare con le divise: due sono state eurodeputate, una è laureata in lettere ed è stata funzionaria di partito – l’italiana Roberta Pinotti – , un’altra è medico, un’altra ancora è stata produttrice televisiva e solo una, la spagnola Maria Dolores de Cospedal, diplomatico di carriera, nella sua carriera precedente e nella sua formazione ha avuto qualche attinenza con le politiche militari.

L’agenzia d’informazione Bloomberg – di proprietà dell’ex sindaco di New York, repubblicano ma elettore di Hilary Clinton – sostiene che “le donne a capo delle macchine militari europee sono ministri della pace, non della guerra”. Un’osservazione in linea con la vulgata, non con la storia. Il National Bureau of Economici Research ha di recente pubblicato lo studio di due docenti di università nordamericane – Oeindrila Dube e Simon Harish – dedicato alle regine europee dal 15esimo al 20esimo secolo titolato “Queens”. Nella parte dedicata alle guerra rivela che, nel periodo in esame, “i regni guidati da donne avevano una maggiore propensione a scendere in guerra di quelli governati da uomini”. Negli ultimi decenni, da Israele all’India passando per il Regno Unito, ci sono state donne al potere che non hanno di certo temuto il confronto bellico. E al vertice di organizzazioni terroristiche e criminali non mancano, anzi crescono al galoppo, le cape di sesso femminile. Altro che “ministri di pace”. A meno che, con questa definizione, non ci si rifaccia al “ministro della pace” di “1984”. Nel capolavoro del britannico George Orwell – scritto nel ’48 e pubblicato nel ’49, dove il mondo angosciante che descrive come prossimo futuro è l’Unione sovietica e non la Germania hitleriana, già distrutta da anni – il governo conta quattro ministeri principali, tra cui quello della pace, che poi nella realtà è un aggressivo ministero della guerra. Meditate, gente, meditate…

*Pietro Romano è il Direttore Responsabile di Ore 12 Italia Sanità, mensile d’Informazione Economico-Sanitaria, di cui è possibile trovare in www.sicve.it il numero del mese.

E=mc2 . Post di Gaetano Lanza.

E=mc2

E’ stata anche definita la formula del secolo scorso. Molti giovani la portano ancora stampata su alcune magliette. E’ quella di Albert Einstein che dimostra l’equivalenza tra massa e energia, che possono essere trasformate l’una nell’altra. Il più grande genio forse di tutti i tempi , nel 1905 (anno particolarmente prolifico per lui) ad appena 26 anni (pare che tutti i geni matematici diano il massimo in giovane età, secondo una ricerca scientifica), la pubblicò nella sua famosa teoria della relatività ristretta, che cambiò il modo di pensare e di essere e quindi il futuro della nostra specie, se è vero come è vero che, come scrisse Winston Churchill, “the empires of the future will be empires of the mind”.

  Pochi giorni fa. Roma. Caput Mundi di Speziale (complimenti, ormai è un’istituzione). Il nostro Presidente Stella, tira fuori la formula, in una delle sue slides, che alleghiamo per sua gentile concessione. Sta per Endovascular = My Choice Too.  Ancora una volta si cita il Genio. Non è la prima e non sarà l’ultima. Pare che le frasi di Einstein diventate famose siano tre le più citate nei Congressi.

Stella Slides

Il nostro Presidente sfrutta la formula per celebrare l’era nuova, quella endovascolare, che, come sottolineerà subito dopo di lui in una relazione magistrale Frank Vieth, ormai da qui a poco soppianterà l’era open, della chirurgia tradizionale del bisturi.

Ma il richiamo al Genio ha anche un altro motivo. Come si sa Einstein morì per un aneurisma aortico addominale rotto. Fu un paziente vascolare. Anche per questo ci sentiamo a lui più vicini. Quali furono i veri motivi che lo spinsero a rifiutare ostinatamente di farsi operare non lo sapremo mai. Nella famosa biografia di Ronald Clark si riporta l’atteggiamento fatalista che ebbe il Grande Vecchio. La sue frasi  furono: “Lasciate che si rompa”, “La fine deve arrivare prima o poi, che importa quando?”. Accettò serenamente la morte da comune mortale, anzi affrontandola come aveva affrontato tutta la sua vita: scrivendo formule con carta e penna su letto di morte in ospedale dove fu difficile portarlo perchè non voleva. Anche in questo fu grande. Forse gli dava fastidio dover morire in un letto di rianimazione senza poter pensare e scrivere anche prima di morire.

Qualcuno (soprattutto se chirurgo vascolare) potrebbe chiedersi: oggi Einstein accetterebbe l’impianto di endoprotesi? Io dico di no. Voi dite la vostra.

Su una cosa forse concorderemo. Sotto i suoi grandi baffi come al solito riderebbe di come anche noi, potenziali suoi amici soccorritori, ancora oggi sfruttiamo quella formula che non c’entra nulla con la chirurgia vascolare, ma solo perché è famosa e solo perché lui morì di rottura di aneurisma aortico.

Grazie, Presidente, per avercelo ricordato.

Sanità Italia in “topolino”. Post di Gaetano Lanza.

Che il nostro Paese abbia il primato di vecchiaia in Europa ci può far piacere. Tra l’altro è ai primi posti al mondo. I dati dell’ultimo rapporto Eurostat sugli anziani nell’Unione indicano l’Italia al primo posto con la percentuale maggiore di ultraottantenni (6.5%, pari a 3,9 milioni di persone).

Ma che l’Italia abbia anche un altro primato di vecchiaia, assieme al Portogallo, questa volta triste, quello delle apparecchiature mediche o elettromedicali, non ci fa per nulla piacere.

Eppure questo è il dato recente, la denuncia,  di Assobiomedica e precisamente della sua sezione Elettromedicali.

Diciannovemila TAC, 5 mila Risonanze Magnetiche, più di 4 mila mammografie, ogni giorno in Italia, si eseguono più di 28 mila esami diagnostici. Un esercito di pazienti o aspiranti pazienti che ogni giorno si sottopongono a esami diagnostici, ma con quali macchinari? Bene, alcuni macchinari sono all’avanguardia e nuovi di ultima generazione, ma altri, forse troppi, sono vecchi e obsoleti, che sarebbero da mandare in soffitta o al museo e quindi da sostituire. Funzionano, per carità, ma sono vecchi. Un po’ come macchine d’epoca. Una  “topolino” è anche bella da vedere che va su strada. Sembra quasi miracolato e fa invidia il conducente che ne va fiero. Ma va bene la domenica col sole. Nessuno di noi si fiderebbe di andarci a lavoro il lunedì con la pioggia.
Sono obsoleti – riferisce il rapporto di Assobiomedica –  ben 58 mila dispositivi per immagini presenti negli ospedali italiani. Questo vuol dire che, più o meno, se vado a fare un esame diagnostico in un ospedale ho soltanto il 25% di probabilità di farlo con un apparecchio moderno. Inoltre, il 40% dei macchinari per anestesia e il 50% dei ventilatori da terapia intensiva hanno più di 10 anni”. Per inciso, ogni giorno 10 mila nostri connazionali si trasferiscono in sala operatoria. Sette macchinari su 10 sono poi di tipo convenzionale e andrebbero sostituiti con apparecchiature digitali più moderne. E anche per gli angiografi (che ci riguarda più direttamente) l’Italia è al penultimo posto per innovazione.

Lo studio di Assobiomedica (che ringraziamo) non mostra grosse differenze, come qualcuno penserebbe, tra nord e sud della penisola.

IVA agevolata e incentivi di rottamazione, sono solo due delle soluzioni che Assobiomedica ha suggerito.

Per far comprendere ai cittadini quanto sia importante l’innovazione in questo settore Assobiomedica ha dato vita ad un’iniziativa intitolata “#innovazionesuonabene” che prende il via il 25 maggio da Napoli, per poi fare il giro d’Italia, fino all’ultima tappa nella Capitale, a novembre. E i cittadini sono molto sensibili. Come dice Woody Allen: la frase più bella non è ‘ti amo’, ma ‘l’ho preso in tempo ed è benigno’. Sono previsti diversi eventi tra cui alcuni che si svolgeranno attorno ad un pannello interattivo che raffigura il corpo umano e attraverso delle cuffie sarà possibile ascoltare dei “suoni” prodotti da ogni singolo organo, composti da alcuni musicisti, in esclusiva per la campagna – ecco perché “#innovazionesuonabene” .

Innovazione tecnologica. Fa parte di uno slogan che il nostro Presidente Andrea Stella e il nostro Direttivo hanno deciso di adottare quest’anno. Lo slogan completo è proprio: “innovazione tecnologica, ricerca e organizzazione del lavoro in chirurgia vascolare”. E quando lo slogan è stato coniato, il rapporto di Assobiomedica non era ancora pubblicato.

In SICVE é da qualche anno che soffia il vento dell’innovazione tecnologica.

 

 

 

12 maggio Giornata Mondiale dell’Infermiere. Post di Gaetano Lanza.

    

12 maggio 1820, nasce a Firenze Florence Nightingale, universalmente riconosciuta come la fondatrice delle Scienze Infermieristiche moderne.

Chi era  Florence Nightingale ? Perché era soprannominata anche “the lady with lamp”?

Perché si aggirava di notte con la lampada tra i soldati feriti della Guerra di Crimea per soccorrerli. Ci viene la pelle d’oca. Florence fu anche una scrittrice prolifica. Si batté per i diritti umani e delle donne in particolare. Tracciò le linee su cui oggi si basa la moderna scienza infermieristica. Orgoglio britannico e un po’ anche toscano, vista la città che le diede le origini e il nome che risuonava ogni volta che un soldato ferito la chiamava al suo fianco e lei correva.

12 maggio, Giornata Mondiale dell’Infermiere, in suo onore.

Anche quest’anno si è tenuta. Ci sembra questo un giusto e minimo riconoscimento alle tante e ai tanti Nightingale che di notte accendono le lampadine o le torce nelle nostre corsie o nei pronti soccorsi o nelle case della gente per essere al fianco dei soldati di una Guerra di Crimea che non è mai finita e mai finirà, iniziata da sempre, da quando un infermiere soccorre un malato.

Da venticinque anni, a partire dal 1992, la Federazione nazionale Collegi Ipasvi sostiene la Giornata internazionale dell’Infermiere, tenutasi anche quest’anno.

In molti, troppi posti si è tenuta in sordina o è quasi passata inosservata. Vogliamo invece renderle l’omaggio che merita. Siamo e rimarremo al fianco delle infermiere e degli infermieri. Senza il loro supporto, la loro professionalità, il loro impegno, la loro abnegazione, la loro solidarietà e alleanza con i pazienti e le famiglie saremmo noi medici inermi e impotenti. Sottoscriviamo i loro slogan e manifesti che ribadiscono tutti la scelta di stare “dalla parte del cittadino”, dalla parte di chi ha bisogno.

Ci sono ruoli nuovi e sempre più impegnativi che li aspettano, che ci aspettano. La nuova legge 24/2017 sulla responsabilità professionale riguarda anche loro. Le porte dei tribunali sono aperte anche per loro.

Noi vogliamo aprire con loro e per loro invece le porte dei convegni, delle concertazioni, del confronto con le istituzioni, ma soprattutto le porte delle corsie, delle sale operatorie, dei punti e centri di soccorso, dei luoghi di cura e riabilitazione, delle case. Ovunque c’è bisogno di salute, lì c’è un infermiere, anche se manca il medico. L’infermiere di famiglia sta diventando una realtà sempre più presente e concreta nel nostro Paese. C’è un’assistenza sempre più attiva e più professionale nelle cronicità e per la non autosufficienza. Una recente ricerca del Censis riporta che l’84,7% dei cittadini italiani dichiara di fidarsi degli infermieri, che ad avere più fiducia sono gli ultrasessantacinquenni (90,1%), le persone che vivono sole (89%), le famiglie con ultrasettantenni (84,7%), le famiglie con minori (82%). C’è un universo di fragilità umane che si fida e si affida agli infermieri nei luoghi di cura ma soprattutto fuori dell’ospedale, dove non sempre il medico può essere presente, ma l’infermiere invece sì, è presente, per un’assistenza sempre più di alta qualità. Questo Florence, ci piace chiamarla così, lo sapeva. Questo Florence ce lo insegnerà sempre.