Fare per essere. Post di Gaetano Lanza.

Benasayag                              Alcmeone

Benasayag                                                        Alcmeone

“ Se ogni pratica modifica il cervello in un corpo, la pratica che si restringe all’informazione meramente codificata modifica di meno e in modo non radicato; le informazioni, in questo senso, non saranno conoscenze che scolpiscono il cervello ma conoscenze che, semplicemente e sempre di più, circolano nel cervello. Ogni volta più separato dal corpo, dalla sua fonte principale di conoscenza e di pensiero, il cervello si trasforma così, a poco a poco, in una lastra di gestione di informazioni, informazioni che non modellano il cervello perché non passano per il corpo. E’ evidente che la particolarità della specie umana risiede nel fatto di poter…..conoscere quel che sperimentiamo.”

 A scrivere così è Miguel Benasayag nel suo libro edito quest’anno da Erickson dal titolo “Il cervello aumentato. L’uomo diminuito”. Miguel Benasayag, di origine argentina, è un filosofo, ontologo, antropologo, psicoanalista che vive e professa a Parigi. In questo libro descrive le ricadute delle innovazioni tecnologiche, specie recenti del digitale, sugli aspetti antropologici dell’uomo moderno e in particolare sul cervello umano.

Il concetto espresso dalle frasi riportate sopra si potrebbe così riassumere molto banalmente: per imparare bisogna fare. Non basta acquisire nozioni, lezioni, consigli, modelli, eccetera. Noi siamo fatti in modo tale che solo facendo e sperimentando, tentando e magari sbagliando e correggendo gli errori, possiamo imparare e quindi diventare e quindi essere ciò che siamo. Il nostro cervello è congegnato in modo tale che ricevendo le informazioni e le esperienze tramite, anzi digerite, soltanto dal proprio corpo (quindi è inconcepibile un cervello avulso dal proprio corpo, l’Autore è critico anche verso la cosiddetta Intelligenza Artificiale, che non potrà mai equipararsi al pensiero e alle facoltà umane) può plasticamente formarsi, crescere, costruirsi il proprio mondo e “scolpirsi”. Possiamo fornirgli tutte le informazioni che vogliamo ma queste restano superficiali e inefficaci se non passano attraverso il filtro del corpo. Per questo ad esempio per imparare e memorizzare abbiamo bisogno di costruirci noi delle immagini, disegni; lo possiamo fare anche solo virtualmente o inconsapevolmente, ma preferiamo farlo realmente, sperimentando appunto e rimettendoci del nostro, anche in termini spesso di errori o sconfitte.

“L’integrazione organica di conoscenze – aggiunge Benasayag – è questo modo di esistenza delle culture umane, dove ciò che avviene è che le conoscenze acquisite hanno un forte rapporto con la vita concreta delle persone, anche quando tali conoscenze siano astratte, teoriche o molto sofisticate.”

Il riferimento qui potrebbe nascere spontaneo alle scuole di chirurgia. Nell’era della digitalizzazione e dei nuovi sistemi di comunicazione, educazione, apprendimento, per cui la modernizzazione dei sistemi di insegnamento è indice di maggior performance e ottenimento di miglior risultati, l’antico paradigma della scuola a tempo pieno, che diventa anche scuola di vita, tipico persino delle prime scuole di Medicina, come quella di Alcmeone di Crotone del VI secolo a.C., continua ad essere e sarà sempre più che valido. Ciò non toglie comunque che possano e debbano essere introdotti e incorporati nuovi modelli tecnologici offerti oggi dalla scienza, quali quelli di simulazione pratica o virtuale. Purchè resti valido il principio. L’apprendimento per essere efficace e duraturo deve ‘modellare e scolpire il cervello’, per cui non potrà mai essere passivo per chi lo riceve, ma dovrà necessariamente, anche inconsciamente caratterizzarsi come attivo, partecipato, metabolizzato, personalizzato. Per comptere questo il cervello umano è costretto a impiegare, spendere, dilapidare energie, reti neurali, sostanza propria per da una parte distruggersi ma dall’altra costruirsi e strutturarsi. Proprio come lo scultore fa col pezzo di materia amorfa, da cui viene estratta l’opera d’arte. Ricordate cosa sosteneva Michelangelo?

Un’ultima, si fa per dire, considerazione.

In un futuro prossimo l’uomo sarà sempre più costretto a confrontare il proprio cervello con la famosa Macchina di Turing, ovvero l’Intelligenza Artificiale. Non è improbabile che ciò possa coinvolgere anche nuovi sistemi di comunicazione e apprendimento, quelli macchino-mediati che la specie umana potrà avere a disposizione, e che la stessa Macchina potrà fornirgli (anche durante il sonno, come qualcuno sostiene), tramite l’ingegneria genetica, l’optogenetica, le nanotecnologie e gli impianti di microprocessori per accrescere le performance di precise reti e centri neuronali e quindi anche memorie, esperienze e capacità intellettive e operative. Alcuni esperimenti primordiali in tal senso sono promettenti.

Fantascienza? Per ora sì. Ma finora buona parte di tutto ciò che la specie umana ha prima sognato  è riuscito poi a realizzare, da quando vide i fulmini e sperò di domesticare il fuoco e poi riuscì con esso a illuminare e scaldare (fin troppo) il pianeta a quando puntò il dito verso la luna per poi puntarvi i piedi.

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