Le tecniche di meditazione nelle linee guida per la prevenzione? Post di Gaetano Lanza.

Le filosofie orientali lo sostengono da millenni. Anche i fannulloni o fancazzisti (come si suol definirli). Ci sono paesi del meridione o della Sardegna dove schiere di centenari, seduti in piazza a prendere il sole (da decenni) vengono studiati da esperti anche genetisti per carpire il segreto della longevità. E se la ricetta fosse proprio  il semplice caro e dolce far niente? Perché no? È lecito chiederselo dopo l’autorevole pubblicazione apparsa pochi giorni fa sul prestigioso Journal of American Heart Association che alleghiamo qui di seguito.

AHA – Meditation and Cardiovascular Risk Reduction

Si chiama meditazione e le tecniche vanno dallo yoga, al samatha, allo zen, al vipassana, ad altre che sono state studiate come riportato dagli autori. Ma potrebbero essere anche le tecniche usate banalmente dai nostri nonni centenari. Il loro effetto benefico in termini di riduzione di rischio di malattie cardiocerebrovascolari sembra effettivamente provato anche se occorrerebbero, come concludono gli autori, metodi di studio più validi (EBM) per concedere il lasciapassare per entrare nelle raccomandazioni nelle linee guida ufficiali. Intanto, vi sarebbero prove sufficienti per concedere un posticino alle tecniche di meditazione nelle raccomandazioni dell’AHA per la prevenzione primaria e secondaria delle malattie cardiovascolari. Una di queste prove che già cominciano ad essere numerose sarebbe ad esempio l’articolo di Kinra S, Ebrahim S, Pocock SJ, Chaturvedi N, Roberts IG, Acharya AK, Hughes AD. Development and evaluation of a yoga‐based cardiac rehabilitation programme (Yoga‐CaRe) for secondary prevention of myocardial infarction. 2017. Available at: http://gtr.rcuk.ac.uk/projects?ref=MR/J000175/1. Accessed February 12, 2017.

Ovviamente la meditazione entrerebbe (mi piace usare il condizionale) in futuro nel novero e a supporto delle  terapie per la prevenzione riconosciute dalla medicina ufficiale, quali la correzione dei fattori di rischio per l’aterosclerosi, l’abolizione del fumo, un corretto stile di vita, il moto e lo sport, il controllo dell’ipertensione arteriosa, l’uso di farmaci ecc. fino ad arrivare agli interventi chirurgici mirati. E questo gli autori lo sostengono. Ma è la prima volta forse che la medicina ufficiale occidentale riconosce, accetta e accoglie facendo propria una terapia considerata squisitamente orientale.  La meditazione farebbe bene in quanto di per sé favorirebbe la riduzione dello stress, la cessazione del fumo, il controllo della pressione arteriosa, la funzione endoteliale, riducendo la sindrome metabolica, l’insulino- resistenza, l’ischemia miocardica inducibile e così via, come illustrato nella pubblicazione dell’AHA. E sarebbe a costo zero.

Gli autori comunque concludono, e siamo totalmente d’accordo, che gli studi suggeriscono per ora un “possibile” effetto benefico della meditazione sul rischio cardiovascolare, che essa sarebbe consigliabile non da sola per la prevenzione primaria e secondaria delle malattie cardiovascolari, ma in aggiunta ai principi raccomandati nelle linee guida ufficiali, in attesa di saperne di più. Come saperne di più? La ricetta degli autori è la seguente: addirittura trials randomizzati, includendo un >80% di follow-up a lungo termine, con <20% di drop-out, con meno bias possibili e senza interessi finanziari (faccio fatica a capire quest’ultima caratteristica).

Certo, lo stress non fa bene e lo sappiamo. La meditazione fa bene. Ma di quale meditazione parliamo. Parliamo di tecniche, yoga ecc,, all’orientale, che liberano la mente dai pensieri, che è quello che imparano da piccoli alle scuole orientali e che in pratica fanno quei centenari con la pelle aggrinzita e asciutta al sole in ogni parte del mondo. Perché se meditare vuol dire stressarsi di più, allora è meglio non pensare e correre a prendere il treno che sta per partire per non perderlo.

 

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