Dalla parte del paziente, secondo scienza. Post di Gaetano Lanza.

Nella  nostra cultura sanitaria del bacino mediterraneo, dove due millenni e mezzo fa circa nasceva la medicina come arte (Alcmeone da Crotone fondò la prima scuola di Medicina nel V secolo a.C.), il punto di vista del paziente non ha avuto la fortuna che merita. Nella cultura sanitaria anglosassone un po’ di più. I nostri colleghi anglosassoni hanno sempre più di noi posto attenzione al paziente e viceversa. Da noi la frase che ci sentiamo dire è: “mi metto nelle sue mani, faccia come meglio crede…” , il consenso informato spesso è una rapida formalità, la partecipazione del paziente a quello che poi è il suo destino è passiva, per non dire assente, il follow up un peso se non dettato dalla necessità, mai dall’iniziativa. Questo vale nell’attività assistenziale quotidiana ma anche nei trial clinici. Anche l’outcome del paziente (parola pressoché ignota ad alcuni nostri colleghi) ci interessa poco, ci interessa poco il futuro del paziente, mentre ci interessa molto di più il suo presente e ciò che facciamo (al meglio) oggi. Nello spirito della ricerca, che è più tipico del mondo anglosassone, deve interessare di più appunto il futuro del paziente e quindi il suo punto di vista.

Non a caso un interessante articolo pubblicato di recente su JAMA (mondo anglosassone) qui di seguito allegato

PRO in clinical trials

parla dell’importanza fondamentale dei PRO (Patient Reported Outcomes ) nei protocolli dei trials clinici.

Noi del Mediterraneo, figli di Ippocrate, che siamo diventati bravi a importare dal mondo anglosassone (a volte importiamo anche male) scopriamo in ritardo questo angolo di visuale, quello del paziente e diamo solo ora più importanza a questo aspetto, il punto di vista del paziente, al suo outcome, al beneficio reale e verificato a distanza delle nostre procedure o somministrazioni.

Non altrettanto a caso, di recente è entrata in vigore la legge Lorenzin (la 3/2018) che prevede (art.1  -delega al Governo per il riassetto e la riforma della normativa in materia di sperimentazione clinica) tra i requisiti dei centri autorizzati alla conduzione delle sperimentazioni cliniche, una preferenza per quei centri che assicurino nella fase IV il coinvolgimento delle associazioni dei pazienti nella definizione dei protocolli di ricerca.

Cosa non è questo se non un forte richiamo e una richiesta di aiuto e di collaborazione lanciata alle associazioni dei pazienti, che ci avvicina al mondo anglosassone.

I PRO, come definiti dalla pubblicazione su JAMA, rappresentano una rivoluzione copernicana nella conduzione dei trials e assurgono all’altezza di tutti gli altri strumenti classici del metodo scientifico.

E il link è d’obbligo con le linee guida che sui trials si basano appunto. Anche loro, le linee guida, subiscono quindi la stessa rivoluzione copernicana, dovendo prevedere anche essi i PRO, quindi le associazioni dei pazienti. Non a caso nella griglia di valutazione che l’ISS per conto del Ministero sta predisponendo per la valutazione e l’accreditamento delle linee guida che le Società Scientifiche produrranno c’è un item che riguarda proprio i PRO.

Bene. Teniamoli  presenti. Questi PRO.

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