Archivio mensile:settembre 2018

Il latte ci fa bene. Post di Gaetano Lanza.

lo sappiamo da quando facciamo la prima poppata appena usciti dal grembo materno. Per tutto il resto della vita, Freud sostiene, inconsciamente ripetiamo innumerevoli volte quel gesto, anche ad esempio fumando un sigaro o facendo l’amore. La nostra vita, come quella di tutti i mammiferi sulla terra, é costellata di infinite ed insaziabili poppate, anche metaforiche. Il latte é sinonimo di purezza, candore, nutrizione, vita.  Alla nostra stessa galassia abbiamo voluto dedicare l’aggettivo. Lo cerca anche chi non lo tollera. Il latte ci accompagna dal primo all’ultimo giorno. Probabilmente ce lo ritroveremo anche dopo, quando saremo in un’altra vita o in un altro universo.

Perché senza il latte non saremmo qui a raccontarci storie. Senza il latte semplicemente non saremmo ció che siamo. Se l’evoluzione ha deciso e finito per regalare alla specie umana, come mammifera, la massima intelligenza possibile sul nostro pianeta, ha messo in conto e dovuto fare i conti con il latte. Grazie, latte.

Non abbiamo bisogno della scienza per decantare il latte. Eppure la scienza dietologica ci mette in guardia dal latte, raccomandandoci di minimizzare il consumo di latticini non scremati in quanto fonte di grassi saturi che potrebbero influenzare negativamente l’assetto lipidico e aumentare dunque il rischio di morbilità e mortalità cardiovascolare. Quindi latte sí, ma non eccessivo e sopratutto sí al latte scremato piú che intero.

Mancavano peró finora evidenze, anche nelle linee guida, a supporto di raccomandazioni sul consumo di latte.  Finalmente abbiamo uno studio largo di recente pubblicato su Lancet che puó dirci qualcosa.

E’ lo studio PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology),

Lancet,

che ha analizzato in una larga fascia di popolazione le associazioni tra consumo totale di latte e di prodotti derivati e mortalità e patologie cardiovascolari maggiori (mortalitá, ictus, infarto miocardico).

Il PURE è un grande studio di coorte internazionale che ha coinvolto soggetti da 35 a 70 anni di età, arruolati presso 21 nazioni in 5 continenti. E’ stato condotto volutamente in Paesi a medio e basso consumo di latte e derivati per meglio verificare l’effetto e il rapporto del latte con gli eventi cardiovascolari maggiori. Sono stati esclusi quindi Paesi ad alto consumo di latte, come l’Europa (Polonia e Svezia pero’ dentro) e Stati Uniti. Questa vasta indagine ha registrato il consumo di latticini (latte, yogurt, formaggi) relativo ad oltre 136 mila individui, attraverso l’impiego di questionari alimentari. Questi prodotti sono stati quindi suddivisi in:  ad ‘alto’ o ‘basso’ contenuto di grassi.

Risultati principali. Tra il 2003 e il 2018 sono stati registrati 10.567 eventi compositi (dei quali 6.796 decessi e 5.855 eventi cardiovascolari maggiori). In maniera inaspettata, un maggior consumo di latticini in generale (più di due porzioni al giorno, rispetto al mancato consumo) è risultato associato con un ridotto rischio di eventi (- 16%), con una riduzione della mortalità del 17% (-14% mortalità non cardiovascolare, -23% quella cardiovascolare), con una riduzione del 22% degli eventi cardiovascolari maggiori e in particolare con una riduzione del 34% del rischio di ictus (dovuta anche ad una minore prevalenza di ipertensione), mentre la riduzione del rischio di infarto è risultata non statisticamente significativa (anche perché non si é notata alcuna riduzione significativa del colesterolo LDL correlata all’assunzione del latte o derivati). La riduzione del rischio relativa al maggior consumo di formaggi non è risultata statisticamente significativa. Il consumo di burro é risultato nel complesso basso e comunque non associato ad aumentato rischio di morte o malattie cardiovascolari.

La giusta conclusione degli autori é che anche se lo studio ha dei limiti la conclusione appare piú che certa. Nelle popolazioni in cui il consumo di latte e derivati é basso il rischio di eventi cardiovascolari e morte, sopratutto di ictus, é marcatamente piú alto. Deve quindi essere incoraggiato il consumo di latte in queste popolazioni.

Padre nostro, dacci oggi il nostro latte quotidiano.

 

 

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Caduto il mito del colesterolo HDL. Post di Gaetano Lanza

La scienza come tutte le imprese umane é fatta anche di miti, che possono essere montati e smontati anche in breve tempo.  Come il mito del colesterolo HDL (high-density lipoprotein), quello buono per intenderci, che ormai da diversi decenni é ritenuto protettivo nei confronti delle pareti arteriose, rispetto al colesterolo LDL (low-density lipoprotein), che invece ama depositarsi e innescare il processo di aterosclerosi, considerato quindi cattivo.

Un articolo fresco di pubblicazione su European Heart Journal smonta di un sol colpo il mito dell’HDL colesterolo. Marc Allard-Ratich, cardiologo dell’Universitá di Atlanta (USA), e coll. hanno dimostrato che il range dell’HDL deve stare tra 40 e 60 mg/dL, perché in parole povere se é piú basso di 40 il rischio di malattie cardiovascolari aumenta, ma aumenta anche se é piú alto di 60 con meccanismi che sono ancora poco chiari. Gli autori hanno studiato circa 6.000 soggetti di etá media di 63 anni, 65% di sesso maschile, classificati in 4 categorie: <30, 31–40, 41–50, 51–60 and ≥60 mg/dL. Come si puó notare dalla curva a U sotto riportata, ad un follow up mediano di circa 4 anni, il rischio di infarto miocardico e morte cardiovascolare si impenna sia che l’HDL scende sotto i 40 sia che sale sopra i 60.

curva

Lanotizia ha fatto il giro del mondo scientifico e mediatico.

Servono ulteriori conferme? Certo. Ma lo studio parla chiaro, é ben condotto e difficilmente sará confutato.

Una cosa é certa. Non possiamo piú dire: il colesterolo é alto, peró é alto l’HDL colesterolo, quindi si puó stare tranquilli. E’ bene invece che l’HDL colesterolo stia tra 40 e 60 mg/dL.

 

 

 

Carenza di personale medico specialistico. Solo proposte e buone intenzioni? Post di Gaetano Lanza.

Da tempo si discute del problema dei problemi. La carenza di personale medico in generale e specialistico in particolare nel nostro Paese.  Da poco si sono concluse presso il Ministero della Salute, le audizioni separate delle Organizzazioni sindacali della dirigenza medica e sanitaria in tema di carenza di medici specialisti del Servizio Sanitario Nazionale. Si è parlato della necessità di porre rimedio all’attuale emergenza, ma i sindacati hanno anche evidenziato la necessità di soluzioni di piú ampio respiro. La prossima settimana si terrà un altro ciclo di incontri in date che saranno presto definite. Tutto questo anche quest’anno alla vigilia dell’immatricolazione alle facoltà di Medicina che si preannuncia senza esclusione di colpi. In 67.005 hanno presentato domanda per contendersi gli appena 9.779 posti a disposizione. A conti fatti, meno di un candidato su 6 riuscirà a iscriversi a Medicina. C’é chi ripropone di togliere il numero chiuso a Medicina.

Per la Federazione Sindacale Cgil, Cisl e Uil Medici occorre ripartire dagli standard di personale per la specialistica, dal completamento delle stabilizzazioni e da uno piano assunzionale straordinario che preveda anche l’allargamento delle borse di specializzazione. Al Ministero la Federazione Sindacale ha presentato una proposta unitaria “per risolvere il grave problema della carenza del personale della Dirigenza del SSN che da anni affligge i servizi, in particolare quelli di emergenza urgenza, frutto dei tagli lineari fatti in questi anni al personale anche in virtù di un indiscriminato blocco del turn-over”. Una proposta che, spiegano in un comunicato unitario, “vuole mantenere coerenza fra le esigenze di  programmazione e di riorganizzazione del SSN e quelle che per caratteristiche di urgenza richiedono più rapidi tempi di attuazione”.

In pratica :
definizione degli standard di fabbisogno di personale specifici per ciascuna specializzazione;  accesso al Servizio Sanitario Nazionale  consentito solo al conseguimento di una specializzazione o di corsi di formazione di medicina generale, per garantire il completamento dei percorsi formativi, ma soprattutto nel rispetto dei titoli necessari all’accesso alle procedure concorsuali per le assunzioni di personale a tempo determinato e/o indeterminato; trasformazione dei corsi di formazione in medicina generale in scuole di specializzazione con standard formativi e retributivi  sovrapponibili  a quelle esistenti; revisione del fabbisogno di personale della Dirigenza Medica e Sanitaria anche per l’adeguamento del numero dei contratti di formazione specialistica corrispondenti alle reali esigenze registrate su tutto il territorio nazionale; rinnovamento dei percorsi formativi delle scuole di specializzazione che devono travalicare i confini dei Policlinici Universitari e inserirsi nelle realtà Territoriali ed Ospedaliere dei Servizi Sanitari Regionali anche al fine di consentire una più fluida integrazione ed un maggior spettro di esperienze formative dei giovani medici”.

Anche a costo di superare il vincolo dell’1,4% per la spesa del personale imposto alle Regioni dal patto della salute del 2001, ed avvio di un piano straordinario di assunzioni di personale a tempo indeterminato in parallelo al completamento dei percorsi di stabilizzazione dei Dirigenti precari; incremento del numero delle borse disponibili per le scuole di specializzazione, 9000 per quelle di formazione specialistica, 3000 per quelle di formazione di medicina generale; utilizzo, in via esclusivamente transitoria ed in assenza di graduatorie utili e vigenti, delle graduatorie della specialistica ambulatoriali per assunzioni di personale dipendente a tempo indeterminato nella cornice contrattuale del CCNL della Dirigenza Medica e Sanitaria, con la possibilità della trasformazione dei contratti in convenzione di tipo parasubordinato della specialistica ambulatoriale in essere, in contratti di tipo subordinato propri della dipendenza”.

“Per quanto concerne, invece, una ipotesi di rivisitazione del sistema formativo del medico, abbiamo sottolineato come questa debba essere ispirata dall’obiettivo primario di garantire adeguati standard qualitativi di formazione e non dalle esigenze delle Regioni di colmare le lacune del sistema ricorrendo all’utilizzo di giovani professionalità a basso costo”, aggiunge l’A.I.M., Associazione Medici Italiani –  “Se davvero vi è la volontà politica di adottare l’ennesima riforma, allora si parta dalla formazione pre-lauream, allargando le reti formative dei corsi di laurea in medicina a tutte le articolazioni dell’assistenza, ivi includendo le cure primarie, le emergenze-urgenze e la riabilitazione: chi si laurea in medicina e chirurgia non può avere quale principale aspettativa, se non unica, quella di fare lo specialista ospedaliero, meno che mai in setting ad elevata complessità. Qualsivoglia riforma, inoltre, non può continuare a mancare una profonda revisione della formazione specifica di medicina generale. Né va interrotto il percorso di accreditamento dei corsi di specializzazione, che ha già dato dei risultati importanti, ma il sistema va perfezionato e potenziato. A tal proposito, se da una parte sono state istituzionalizzate le reti formative integrate, includendovi più di 9000 strutture del SSN, tra unità operative e servizi, dall’altra occorre garantire una adeguata rotazione degli specializzandi all’interno delle reti formative e mettere gli Osservatori Regionali nelle condizioni di esercitare il loro ruolo di monitoraggio continuo di standard, requisiti e performance”.

Anche la CIMO ha presentato una proposta al Ministero che alleghiamo.

proposta cimo

E il Ministero?

“E’ stato un confronto proficuo e utile. Ringraziamo tutti i sindacati per le indicazioni e i suggerimenti che abbiamo ricevuto – ha affermato il sottosegretario Armando Bartolazzi – in gran parte in linea con la nostra visione programmatica. Il Ministero della Salute conferma l’intenzione già annunciata di procedere il più rapidamente possibile al fine di superare un problema per lungo tempo non affrontato”.

E noi?

Noi diciamo che siamo ultrasensibili al tema che ci riguarda. Non possiamo fare “sindacato”. Nell’art.3 del nostro Statuto é scritto chiaro: “L’Associazione non ha finalità di attività o tutela sindacale dei Soci.” Ma “sindacare”, nel senso di esprimere giudizi, quello possiamo farlo e dobbiamo farlo. Vorremmo che alle parole seguissero le azioni. Che alle proposte e alle buone intenzioni, che sono sempre tante nel nostro Paese, seguissero i fatti. Per avere poi qualche specialista in piú e sopratutto qualche bravo specialista in piú. In fondo non chiediamo poi cosí tanto.